L’intelligenza emotiva e la gestione delle relazioni interpersonali

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29 lug L’intelligenza emotiva e la gestione delle relazioni interpersonali

La concezione di Intelligenza basata su test psicometrici del tipo QI è oggi superata dal concetto di Intelligenza Emotiva, che si esprime come meta-abilità, ossia come capacità di servirsi di altre capacità superiori attraverso la gestione dell’esperienza emotiva

Abbiamo già parlato (e ancora ne parleremo) delle emozioni sollecitate dall’esperienza sensoriale. Questa volta invece andremo a curiosare nel mondo delle emozioni associate all’intelligenza, e cioè dell’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva viene definita come una miscela in cui il quoziente intellettivo si fonde con virtù quali l’autocontrollo, la pervicacia, l’empatia e l’attenzione verso gli altri. E’ assodato che chi possiede queste caratteristiche riesce gradito agli altri in misura nettamente superiore a chi ha dalla sua solo qualità innate come bellezza, o posizione sociale, o talento. E la buona notizia è che mentre le seconde sono un dono di madre natura, concesso ahimè ai meno, le prime possono essere sviluppate e affinate lavorando su se stessi.

Le ricerche condotte da autorevoli psicologi indicano le virtù che fanno la differenza, e alcuni consigli su come coltivarle.

Anzitutto saper ascoltare: talvolta si è così concentrati su quello che si starà per dire, sulle parole giuste da usare, che si corre il rischio di non ascoltare. Porre domande è invece un chiaro segnale di attenzione, significa che si sta considerando seriamente ciò che viene detto, e l’interlocutore non potrà che apprezzarlo.

Avere un comportamento coerente: anche nelle giornate no (e sappiamo tutti che può capitare spesso), le persone con cui ci confrontiamo dovrebbero essere sempre certe del nostro tipo di approccio e di risposta, niente brutte sorprese nelle nostre reazioni!

Adottare un linguaggio del corpo positivo: tenere sotto controllo gesti, espressioni, tono della voce. Non tenere le braccia incrociate davanti a sé, mantenere il contatto visivo, chinarsi verso la persona con cui stiamo parlando, adottare un tono interessato, sono tutte forme di linguaggio del corpo positivo. Talvolta il modo in cui una cosa viene detta è più efficace del suo contenuto stesso.

Usare spesso il nome proprio delle altre persone, non solo al momento di presentarsi o in occasione dei saluti: è assodato che sentire più volte il nostro nome nel corso di una conversazione ci fa sentire più coinvolti.

Sorridere e avere un contatto fisico: per natura tendiamo a rispecchiare (anche inconsciamente) il linguaggio del corpo dell’altro. Sorridendo, non faremo che incoraggiare chi parla con noi ad assumere lo stesso atteggiamento amichevole.  Un lieve tocco sul braccio, una cordiale stretta di mano sono momenti di contatto in cui il nostro corpo rilascia ossitocina, un neurotrasmettitore che fa associare fiducia e sensazioni positive. Naturalmente questo va fatto al momento giusto e con la persona giusta, altrimenti l’effetto potrebbe essere proprio il contrario!

Saper fondere la passione con il divertimento: sul lavoro mantenere sì la professionalità, ma essere sempre amichevoli e non disdegnare qualche sana occasione di saper ridere insieme. Ridurre al minimo i momenti di gossip ma ricordarsi delle cose dette ieri o la scorsa settimana, a ribadire il fatto che il lavoro è importante, ma altrettanto lo sono le persone che lavorano con noi.

Grazie al contributo di P. Salovey e J. Mayer , nel 1990 è stata elaborata la concezione dell’Intelligenza Emotiva, diffusa poi da D. Goleman che ha approfondito il rapporto tra mente razionale e mente emozionale, in cui si possono cogliere i presupposti del contributo fornito dall’Intelligenza Emotiva al benessere psicologico.

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