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Conduzione di focus groups: un'oggettivazione utopica?

Il salto concettuale presente tra un’intervista a risposte cosiddette “chiuse” (per intenderci, quelle su cui apporre una crocetta) ed un’intervista a risposte “aperte” in cui l’intervistato può esprimere concetti ed opinioni personali evidenzia in maggior misura le influenze di quella che in Psicologia si definisce la teoria del campo, ovvero di quella impostazione concettuale per la quale risulta impossibile effettuare una osservazione “obiettiva”, senza tener conto del campo che si struttura intorno all’oggetto di osservazione, campo del quale viene a far parte lo stesso osservatore.


In altre parole, venendo all’oggetto di questa discussione, vanno considerate tutte le influenze che in modo consapevole o inconsapevole un intervistatore finisce con il provocare sul soggetto intervistato.


Al rischio di influenzare l’intervistato concorrono sia interventi verbali veri e propri sia una congerie di stimoli, a volte da considerarsi subliminali, da collocarsi nel campo del paraverbale (variazioni del tono della voce, piccole interiezioni) o della comunicazione non verbale, quindi attraverso canali comunicativi corporei. Queste influenze hanno il potere, come dimostrato da numerosi studi osservazionali, di agire da sottolineatura, conferma o disconferma, gratificazione, svalutazione, giusto per elencare alcune delle possibili conseguenze.


Sul piano comunicativo, questi messaggi più o meno criptati finiscono con il rivestire il ruolo di altrettanti feedback a quanto espresso dall’intervistato, il quale man mano che si va strutturando la relazione duale reagirà al feedback con una variazione voluta e consapevole della risposta (quale intervistato non si è mai detto: “a questo qui, mi piacerebbe rispondergli che…”). E l’oggettivazione diventa qualcosa di più sfocato!


Il problema va oltremodo complicandosi se dall’intervista aperta passiamo a considerare il focus group; infatti in questa tecnica, il conduttore deve abbandonare il suo ruolo quanto più possibile passivo, perché il dover stimolare il gruppo o alcuni dei suoi componenti, il dover imporre e far rispettare alcune regole, il dare o negare la parola sono solo alcune delle ragioni per le quali viene richiesto un ruolo attivo. Ed è proprio questo essere attivo a fungere da moltiplicatore dei rischi di soggettivazione del gruppo.


Come ovviare a tale pericolo?


Una semplice proposta potrebbe essere quella di immaginare dei gruppi cosiddetti “a doppio cieco”, nei quali sia gli intervistati che il conduttore non conoscono assolutamente le finalità della ricerca, i cui aspetti vengono svelati a tutti gli attori, passo dopo passo secondo la medesima tempistica. Con tale sistema, il conduttore non ha la possibilità di formarsi in testa un’idea personale o preconcetta dell’argomento trattato e le sue impressioni emergeranno in contemporanea con quelle dell’intervistato, riducendosi quindi di molto il rischio di influenzamenti diacronici, svolgendosi il tutto nel qui ed ora della relazione.


Purtroppo la cosa è improponibile a qualsivoglia istituto di ricerca, perché la maggior parte dei protocolli di ricerca prevedono come prassi comune l’espletamento di più di un gruppo, in tempi o città o per targets differenziati e sarebbe praticamente impossibile strutturare la cosa con conduttori sempre differenti e “vergini” rispetto allo studio in questione.


Una soluzione metodologicamente molto più corretta diventa quella di immaginare un percorso formativo di tipo esperienziale, strutturato appositamente per i conduttori, attraverso un confronto sul campo con un esperto. L’uso di registrazioni video, simulazioni con role playing e discussioni in gruppo deve tendere ad insegnare ai conduttori questi elementi:



  1. capacità di far emergere da se stessi tutte le idee personali e preconcette sull’elemento centrale del focus group (ad esempio il prodotto da testare o il comportamento da evidenziare ecc.), con il “valore” che il conduttore stesso ha assegnato fino a quel giorno a quel dato elemento

  2. riconoscimento degli aspetti emotivi che il gruppo o alcuni dei componenti stimolano nel conduttore (scomposizione della figura gestaltica che è emersa nei suoi possibili componenti costitutivi)

  3. auto-valutazione immediata delle reazioni mostrate dal conduttore ai membri del gruppo e lettura critica delle frasi che il conduttore formula

  4. riuscire a sfruttare il clima relazionale che si va creando per la sua importante funzione di stimolo, avendo però un attimo dopo la capacità di riportare sullo sfondo la relazione per far emergere nuovamente in primo piano le emozioni oggetto dello studio in atto.


 


Un percorso formativo ben strutturato porterà in conclusione non certo ad avere il conduttore “ideale”, scevro di valori, ideali e concetti, pronto solo ad osservare gli altri come attraverso una fredda videocamera, ma potrà sicuramente rendere il conduttore capace di riconoscere in sé (si spera, ponendovi rimedio!) i momenti di sconfinamento, nei quali l’oggettività ricercata diventa oltremodo lontana ed i risultati del focus group perdono di scientificità e quindi di utilità per chi lo ha commissionato.


 


Riccardo Mancusi

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